Il Gruppo Padano di Piadena

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L'animale domestico - Copertina del quaderno

Testo del montaggio audiovisivo sulla condizione della donna

A cura dell’ U.D.I. e del Gruppo Padano di Piadena

Quest’anno, per festeggiare l’8 Marzo, giornata della donna, abbiamo scelto un modo diverso dal solito.

Un gruppo di noi si è riunito, ha discusso le condizioni della donna a Piadena e in Italia.

Abbiamo registrato i nostri sfoghi e le nostre riflessioni, abbiamo scelto quelli che ci sembravano più semplici e significativi e li abbiamo trascritti e messi in ordine, formando brevi capitoli illustrati da diapositive.

Ogni capitolo è commentato da uno o più canti popolari che si richiamano alla condizione della donna.

Sappiamo che il nostro lavoro è incompleto e discutibile: lo abbiamo fatto così rifiutando il montaggio di brani tratti da riviste, giornali e libri.

Esso non è quindi una lezione ma una serie di appunti che intendono stimolare la riflessione, la discussione di tutti noi, donne e uomini, per capire come vive la donna oggi e come può liberarsi dalle sue catene.

                                       

Le donne dell’U.D.I. di Piadena   - Marzo 1974

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LA FEMMINA E IL MASCHIO

La femmina e il maschio nascono allo stesso modo e hanno bisogno di stare tutti e due nove mesi nel corpo della madre.

Tutti gli organi sono uguali.

Solo il sesso è diverso.

Il sesso è diverso perché occorrono i due  sessi per mettere al mondo altri individui. Quindi avere il sesso diverso non vuol dire che l’uomo e la donna sono di due specie diverse.

Sono tutti e due della stessa specie umana.

Poiché occorrono tutti e due per far nascere un altro individuo, vuol dire che nessuno dei due è superiore all’altro.

Uno ha bisogno dell’altro.

Se vogliamo essere esatti bisognerebbe dire che la donna è più importante perché se l’uomo ci mette il seme, la donna, oltre a metterci anche lei il seme, se lo porta dentro nove mesi e fa il bambino.

La donna è detta il “sesso debole”, ma le statistiche dimostrano che essa, per certi aspetti fisici e morali, è più forte dell’uomo : ha la vita media più lunga di quella dell’uomo, è capace di fare i lavori piccoli e quelli complessi e pesanti, sopporta di più la fatica e il dolore, è più resistente.

Dice Giuliana dal Pozzo che perché questo tipo di società possa reggersi, deve esistere una specie di animale domestico buono e paziente, forte come il mulo, che cammina a testa bassa e alla sera si accontenta di un pugno di fieno. Fin da cucciolo viene addestrato a pulire i pavimenti, a fare i letti, a lessare le patate e a ricevere con rassegnazione le sfuriate degli uomini “nervosi” che scaricano in famiglia le loro insoddisfazioni sociali.

Questo animale domestico è la donna.

La discriminazione incomincia appena il bambino è nato, quando si fa la denuncia in comune. E’ nato da due  ma gli si dà il nome di uno solo: quello del maschio.

Anche se il maschio non è mai certo, mentre sempre certa è la madre.

In certi casi di coppie non sposate, se il padre riconosce il bambino nato dalla loro unione, scrivono addirittura “figlio di madre ignota”, cioè una bugia.

Noi conosciamo alcuni casi di coppie che si sono formate, pur non sposandosi, per non perdere la pensione, e hanno un figlio di “madre ignota”.

Per secoli anche la chiesa ha assegnato alla donna un ruolo di subordinazione e di servitù, identificando la sua funzione sociale esclusivamente nella maternità. E anche nei documenti più avanzati della Chiesa (come l’enciclica Rerum Novarum) il discorso sulla donna lavoratrice è sempre un discorso reazionario che vuol conservare la famiglia fondata sul dominio dell’uomo e sulla rassegnata subordinazione della donna.

Nella messa degli sposi si dice: “le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è il capo della donna come Cristo è il capo della Chiesa”.

Addomesticata in famiglia, a scuola, in Chiesa, alla TV, la donna, in genere, pur sapendo di essere sottomessa e ritenuta inferiore all’uomo, non reagisce e educa la femmina sua figlia in modo diverso dal maschio.

Così la catena si allunga alla nuova generazione.

Il maschietto ha l’abbigliamento più sobrio, più serio.

La bambina, per esempio, si può vestire sia di rosa che di celeste. Il maschio no, si deve vestire solo di celeste, al massimo di bianco o giallino, ma rosa no. Prendere il vestitino rosa al maschio è come sminuirlo. Piuttosto gli mettono una cosa vecchia.

Alla bambina si regala la bambola e poi il cestino da lavoro e la piccola cucina. Al maschio l’indiano, il fucile, le costruzioni, la meccanica.

Io sono capitata in una casa dove c’era un maschio che gli piacevano le bambole. Non volevano che giocasse con le bambole.

La mamma gli diceva:”gioca con i tuoi giocattoli!” e lui si è messo a cullare un carro armato.

A scuola la stessa cosa. Nei programmi ministeriali della scuola è scritto: “le attività manuali e pratiche saranno incoraggiate come gioco-lavoro, per appagare anche questo naturale bisogno di esprimersi, di costruire…Le bambine siano lasciate ai loro giochi preferiti (cura della bambola, sua pulizia, vestizione, acconciatura ecc.) e vengano addestrate alle più semplici e più facili attività della casa”. Per esse non deve esistere il naturale bisogno di manipolare e di costruire come i maschi.

I programmi della Scuola Media prescrivono: “…saranno particolarmente adatte a scolaresche maschili, oltre che per la loro natura anche perché più rispondenti agli interessi delle medesime, le applicazioni che comportano processi di trasformazione di materie prime di uso corrente (esempio: legno, materiali metallici, materie plastiche ecc.) in oggetti finiti o realizzazioni di modesti impianti…; saranno invece più adatte alle scolaresche femminili le applicazioni rivolte specificatamente alla casa e al suo governo”.

Nei libri di scuola viene impartita in modo razzista la cultura maschile. Quasi tutte le materie sono impostate in modo subdolamente antifemminile. Se li sfogliamo troviamo testi come questi: “Una povera mamma di 4 figli non faceva altro che lavare, pulire, far da mangiare tutto il giorno. Fasciava il bambino di sette mesi, lavava il viso e le mani di quello di quattro anni, pettinava la bambina di sei, si sgolava dietro il bambino di otto. Era tutto il giorno in faccende e non si lamentava mai” . (Dal libro VERSO DOMANI, classe III)

“Che mestiere fa la mamma?

Fa solo la mamma” (Dal libro: ANNI VERDI, classe I)

“La famiglia ha il suo capo: è il padre” (Dal libro UN NUOVO GIORNO, classe IV)

“E’ fredda la sera, il vento soffia forte e fa stormire le fronde. Maria attende il papà, tornerà tardi, affaticato dal lavoro, povero papà!

Il babbo è uscito presto per recarsi al lavoro. Tu trovi accanto alla tua tazza un buon pane croccante. Quel pane l’ ha guadagnato il babbo per te, con il suo lavoro che tanto l’affatica” (Dal libro MATTINATA, classe I)

Si esaltano i fatti politici e militari, i re e i condottieri come Cesare, Napoleone, Robespierre. Tutti uomini. Eppure la donna avrà pur fatto qualcosa nella storia. Magari avrà inventato il telaio. Niente. Si dà più importanza alle armi da guerra.

Vogliamo ricordare che otto milioni di donne, nel corso di cinque secoli, sono state bruciate come “streghe” per aver liberamente pensato.

La strega era una donna che aiutava il debole, che gli proponeva una nuova cultura, che si inseriva nelle lotte. Per emarginare queste donne ribelli la Chiesa inventò la “strega”.

“Streghe” erano anche le levatrici che si adoperavano per alleviare il dolore del parto. La donna doveva “partorire con dolore”.

Ancora oggi, alcune donne, dopo il parto, vanno in Chiesa a farsi purificare, a “levàseè da paàrt” per non essere considerate peccatrici.

La donna, mantenuta da sempre nell’ignoranza, considerata come schiava, bruciata come strega, come può apparire oggi nella storia dei “grandi”?.

In una commissione d’esame della scuola media un alunno, interrogato, esalta la democrazia nell’antica Atene. Dice che chiunque poteva venire eletto. “Sei proprio sicuro ?” gli dice una professoressa. Risponde di sì, perché così ha imparato dai libri e dal suo professore. La professoressa gli fa notare che non si può dire chiunque quando metà della popolazione, le donne, era esclusa da quel diritto.

Sui libri di storia delle medie e dei licei si legge che nel 1912 in Italia, grazie a Giolitti, si ottenne il suffragio universale. Universale significa per tutti. C’è qualche professore che fa notare agli alunni che quello non era un suffragio universale per il semplice fatto che le donne, cioè più della metà della popolazione, non potevano votare e dovettero attendere questo diritto sino al 1946?

Persino nella grammatica trovi il razzismo antidonna. Se devo dire che dieci donne e un uomo vanno al cinema, devo scrivere “Sono andati” e non “sono andate”.

Sono dieci contro uno ma devo usare il maschile plurale.

Pare una cosa da poco ma non è vero, perché adoperando le parole noi diventiamo il tramite di una tradizione culturale.

All’Istituto magistrale tutti i futuri maestri studiano un testo fondamentale: L’Emilio di J.J.Rousseau. In quel libro è scritto: “La donna è fatta specialmente per piacere all’uomo…Se la donna è fatta per piacere e per essere soggiogata, ella deve rendersi gradevole all’uomo…Il posto naturale della donna è la casa e la sua principale occupazione la cura dei figli”. In questo suo famoso saggio pedagogico, questo grande pensatore di due secoli fa presenta il fanciullo che cresce libero, attivo, intraprendente. La fanciulla appare soltanto nell’ultimo capitolo, come compagna di Emilio: lei ha giocato con la bambola, ha imparato con ripugnanza a leggere e a scrivere e, volentieri, a ricamare. Probabilmente pochi professori pongono in discussione il ruolo subalterno affidato alla donna. Così, per consuetudine e perché a scuola nulla si rinnova, vengono cristallizzate le idee più tradizionali.

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L’AMORE

Poi viene il tempo dell’amore. I due sessi si cercano per un bisogno naturale di completamento sotto tutti i punti di vista.

Ma anche qui non esiste la parità.

Al maschio, per esempio, è permesso il corteggiamento di diverse donne, anzi, se si fa la fama di Don Giovanni è visto bene. Il maschio può permettersi di corteggiare le ragazze per la strada, con gesti e fischi di approvazione; il ragazzo può allungare le mani. Ma provate a pensare a cosa potrebbe succedere se lo facesse una donna.

Il maschio ha la facoltà di cercarsi la donna che gli piace, di scegliere. La donna, se facesse come lui, sarebbe considerata una poco di buono e il ragazzo stesso la escluderebbe perché ritenuta “non brava”. Ancora oggi ci sono ragazze che non vanno al bar alla sera o non escono sole altrimenti, dicono, non trovano da sposarsi.

Il ragazzo oggi sembra emancipato, però, quando vuole scegliere la sua donna, va da quella ritenuta da tutti la brava ragazza, cioè quella che sta in casa, perché in quella vede la sposa di domani, quella che alleverà i figli e curerà la casa.

Se vede che le piace andare fuori pensa: domani che sposa avrò?

Lui la vede in funzione di donna di casa, di serva, di “animale domestico” che sta in casa e non ha grilli per la testa.

Anche l’uomo moderno vuole “emancipata” solo la donna degli altri.

Se una donna per libera scelta decide di non sposarsi, la guardano con sospetto, non capiscono, non può realizzarsi al di fuori del matrimonio e con disprezzo viene definita “zitella”. Mentre l’uomo che non si sposa acquista in prestigio e diventa il “play boy”, lo “scapolo d’oro”, il “vitellone” ecc.

Se la ragazza resta incinta, la gente guarda soprattutto a lei. Generalmente in Italia è la ragazza che subisce le conseguenze. Quando capita una cosa di questo genere, avere un bambino e dovere andare a lavorare per mantenerlo, è un fatto che cambia completamente la vita della donna. Molte storie di donne che si sono prostituite cominciano così.

Inoltre la miseria, la disoccupazione, unite ai miraggi di ricchezza che sono i falsi valori della borghesia, lo sfruttamento disumano che esiste in alcuni settori del lavoro, possono portare la donna a vendere il proprio corpo come merce.

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IL MATRIMONIO

L’amore tra l’uomo e la donna dovrebbe portare ad una unione libera da vincoli legali e da calcoli economici. Spesso, invece, la coppia vede l’amore in funzione del matrimonio inteso come sistemazione e molte storie di fallimenti incominciano da qui. Vi sono modi di dire che confermano questa concezione distruttiva dell’amore:

-La s’e’ mis a poost been

-la gaa truvaat en bon partit

-la fa la siura

Vi sono forme mostruose di matrimonio, procurati per corrispondenza, che hanno il timbro legale e la benedizione della Chiesa, che hanno cioè tutto quello che la società attuale vuole, fuorché l’amore.

Con il matrimonio la vita della donna diventa più impegnativa.

All’uomo è permesso, anche dopo sposato, di andare fuori al bar, avere magari qualche avventura, andare a ballare. Se ci va una sposa senza il suo uomo, apriti cielo.

L’altra sera ho detto a un compagno: “Dovremo mettere in discussione l’evasione dal matrimonio”. Lui mi ha risposto: “Oh, ma queste donne sono matte, vogliono fare la rivoluzione. Io ci metto la cintura di castità a mia moglie!”.

In questa situazione generale, la festa che si fa quando c’è un matrimonio è tutta riservata alla sposa perché è la sua festa finale; da lì comincia la sua fase discendente: i rapporti con i suoceri se va in casa, il doppio lavoro se va in fabbrica, la reclusione in casa se arrivano figli ecc.

E lei si illude, crede con la bella festa di avere raggiunto chissà che cosa e invece…scopre la realtà di una condizione di schiavitù. E non è forse perché esiste questa schiavitù che il matrimonio si voleva indissolubile? Chi aveva interesse a mantenere l’indissolubilità del matrimonio? I democristiani di destra e i fascisti, per conservare e consolidare la società dei padroni in cui la donna non ha diritti.

Il 12 maggio, con il referendum, la donna ha contribuito in modo determinante a sventare questo pericolo. Ha voluto mantenere il diritto di poter sciogliere i matrimoni falliti nel quadro di una società che deve diventare democratica, nella quale la donna non sia più considerata la parte debole.

Coloro che hanno voluto e perso il referendum sul divorzio, sono ancora quelli che da due anni bloccano al Senato l’approvazione del diritto di famiglia. Nel frattempo la donna rimane legata alla catena, debole, in virtù di articoli di codice arretrati, che la vedono, moglie o madre che sia, come una eterna minorenne o più esattamente come una minorata mentale, incapace di decidere per sé e per i figli in tutti i campi: dal lavoro, al domicilio, dal conto in banca, alle amicizie da frequentare, all’educazione da dare ai figli.

Per cancellare questa posizione di inferiorità giuridica della donna, basterebbe intanto l’approvazione del nuovo diritto di famiglia che prevede fra l’altro:

-la parità di diritti e doveri tra moglie e marito

-la scelta del domicilio di comune accordo

-l ’abolizione della potestà maritale

-la comunione dei beni acquisiti durante il matrimonio

-gli stessi diritti per i figli nati fuori dal matrimonio e i figli legittimi

-ecc.

Col matrimonio vengono i grossi problemi. Uno è quello dei figli. Il primo figlio, di solito, è bene accettato dalla coppia, ma toccano solo alla futura madre le ansie, le preoccupazioni, così pure le cose pratiche. Mai visto un padre preoccuparsi del corredo del neonato? Il primo figlio poi deve essere un maschio, un “re”. Conosciamo un padre che ha pianto di delusione alla nascita del figlio femmina.

Un altro problema è l’aborto, che interessa anche le non sposate. C’è un’industria sull’aborto: chi lo procura clandestinamente e chi prende i soldi (da lire 300.000 a lire un milione). L’aborto per la legge e per la Chiesa è considerato un delitto. Noi lo consideriamo un disperato rimedio.

Noi siamo per la prevenzione, per evitare cioè il concepimento quando la donna non si sente in grado di volere e di allevare un figlio.

Ma nei casi estremi, fin che non ci sarà un’educazione e l’uso dei mezzi per prevenire, l’aborto deve essere legalizzato, soprattutto perché lo fanno lo stesso clandestinamente, con tutte le conseguenze che sappiamo: il trauma fisico, il rischio della vita oltre al male.

Nelle donne cattoliche c’è anche l’ombra del peccato, un doppio trauma.

Chi non vuole legalizzare l’aborto?

Nel ventennio fascista, Mussolini, con la scusa di salvaguardare la stirpe, premiava la donna che faceva tanti figli, perché aveva bisogno di carne da macello.

Oggi ci dicono che siamo in troppi.

Noi diciamo invece che la maternità deve essere libera e cosciente.

Lo Stato non prende in considerazione questo importante problema. Per questo, l’U.D.I. ha promosso l’apertura di un centro A.I.E.D. (Associazione Italiana Educazione Demografica) a Piadena, per l’educazione sessuale e il controllo delle nascite.

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IL DIRITTO AL LAVORO

Oggi in teoria il diritto al lavoro per la donna c’è.

Molti credono che la donna possa svolgere qualsiasi attività e portano come esempi le donne capostazione, le donne sindaco, ecc…Però è un diritto di fatto molto limitato perché la maggior parte delle donne è legata alla catena della casa. E a questa catena spesso è la donna stessa che si lega perché convinta dalla pubblicità, dalla televisione e dai giornali che l’educazione dei figli è il compito naturale e principale della madre e che la donna è per natura portata ai lavori di casa.

Lo abbiamo visto scritto persino sui programmi della scuola.

Riescono persino a far credere alla donna che nella casa essa può realizzarsi pienamente. E molte ci credono.

Dalla mattina presto a notte alta, senza sosta pur non avendo orari rigidi, a disposizione di tutti, e col sorriso sulle labbra, la donna deve tirare il carro familiare.

Si dice che la donna può fermarsi, fare una chiacchierata con le amiche o leggere il giornale, perché in apparenza non ha il padrone alle spalle che la controlla come l’operaio in fabbrica, ma alla fine il tempo perduto deve recuperarlo o aumentando il ritmo o perdendo ore di sonno.

Una madre che ha dei figli che vanno a scuola, lavora a pieno ritmo dalle 14 alle 16 ore al giorno, il doppio di un operaio. La statistica dimostra che un’alta percentuale di nevrosi femminili si riscontrano nelle casalinghe.

Conosciamo una sposina che alla mattina, sola in casa, soffre per l’isolamento; allora canta forte per sentire una voce, la sua. Altre ascoltano continuamente la radio perché quella è la loro compagnia e non si accorgono che le voci della radio le tentano, addormentano il loro cervello, le persuadono che è proprio acquistando quei prodotti che esse possono essere pienamente donne, mogli, madri.

Una forma di frustrazione inconscia è la dedizione alla casa: tutte le capacità si riversano sulla casa, che in certi casi è tenuta così pulita e lucida da renderla fredda e inabitabile. C’e’ chi vive per esempio nello scantinato per non usare o sporcare la sala e le altre stanze, le quali vengono mostrate agli amici quasi fossero tabernacoli o la mostra del mobile.

Naturalmente esse vengono spolverate tutti i giorni anche se non usate.

In questa situazione la donna non sente più la necessità di una attività che realizzi la sua personalità, anche perché se la trovasse, non avrebbe la possibilità di dedicarvisi.

Allora avviene un fatto diffusissimo: l’evasione in forme varie.

La casalinga diventa una divoratrice di fotoromanzi dove trova i personaggi irreali nei quali si immedesima; talvolta arriva per reazione alla sua insulsa vita, a desiderare una piccola avventura; oppure diventa maniaca nel cambio continuo di vestiti.

Le donne che vanno a lavorare in fabbrica o in ufficio per necessità, si trovano a fare due lavori: uno fuori, l’altro come casalinghe.

Questo perché il sistema sociale nostro, non dà le fondamentali assistenze che permettono alla donna di fare la libera scelta del lavoro.

Questi servizi sono gli asili nido, l’assistenza ai genitori anziani, trasporti veloci e gratuiti, lavanderie, mense ecc…

E’ la mancanza di questi servizi che costringe la donna al lavoro casalingo gratuito, o al lavoro a domicilio, mal pagato, senza assicurazioni, pericoloso in certi casi per tutta la famiglia quando si usano materiali dannosi alla salute.

Ipocritamente dunque si dice che la donna è “l’angelo del focolare”.

In pratica in Italia 14 milioni di donne suppliscono ai servizi sociali mancanti facendo la casalinga per forza.

Con questo tipo di sfruttamento il sistema capitalistico risparmia i miliardi che dovrebbe impiegare invece a realizzare i servizi sociali.

In questa situazione generale di sfruttamento della donna succede spesso che, dovendo tirare avanti con il solo stipendio del marito, la donna, preoccupata per gli aumenti che annullano le conquiste sindacali, e soprattutto preoccupata che lo stipendio venga a mancare, fa pressione sul marito impegnato nel sindacato o nel partito perché non si esponga troppo alle eventuali rappresaglie dei padroni.

Cioè, la donna diventa, in queste condizioni, anche non volendolo, strumento dell’attuale sistema per lasciare le cose come stanno e il potere nelle stesse mani.

Da sempre le donne sono state considerate dal sistema capitalistico “esercito di riserva”; da assumere nei periodi di bisogno, da licenziare per prime nei momenti di crisi, da supersfruttare nel lavoro a domicilio.

Esiste discriminazione nell’assunzione e nelle possibilità di fare carriera.

Al massimo le si concede una falsa libertà “sessuale”.

Ci pensano le riviste a convincerla che è libera se conosce i 78 modi di far felice l’uomo a letto: non a caso l’ultimo dei 78 consigli dice: “Mai provato a fare l’amore sul tavolo di cucina? Oltretutto per il tuo inconscio di casalinga è anche una bella vendetta”.

Oppure:”Le tendenze aggressive dell’uomo si mettono al servizio dell’amore nella conquista della persona amata. E la donna che ama veramente, stima profondamente queste aggressioni…perché la femmina (è sempre la rivista che parla) ha bisogno di sentirsi sotto il dominio del maschio, di gioire della propria sottomissione”.

Col matrimonio finisce la fase di corteggiamento, la donna è obbligata a subire l’atto sessuale come un dovere, ogni qual volta il marito lo richiede.

Ecco che la donna si trasforma anche in amante compiacente, fingendo orgasmi inesistenti.

Chi insiste su questo aspetto sessuale dell’emancipazione femminile, lo fa per distogliere la donna dai veri problemi di fondo che la tengono schiava e che, una volta risolti, capovolgerebbero il sistema capitalistico fondato sulla violenza e sullo sfruttamento.

Perché noi siamo convinte che solo in una società di uguali, che è il Socialismo a cui noi aspiriamo, la donna, che è ora l’ultimo anello della catena, troverà la sua vera e completa liberazione.

Le donne nel passato hanno lottato per una società più giusta, hanno combattuto contro il fascismo, hanno dimostrato di non essere da meno dell’uomo nell’impegno e nella dedizione sociale. Oggi un sempre più grande numero di donne prendono coscienza della loro condizione di sfruttate e si ribellano.

Noi non vogliamo contestare l’uomo senza tener conto che anche lui, pur essendo un gradino più in su della donna, è a sua volta sotto il dominio di altri che comandano.

Sosteniamo che soltanto insieme all’uomo, nei sindacati e nei partiti dei lavoratori, è possibile trasformare la società nel senso della liberazione di tutti.

“Aiutando la donna a liberarsi, l’uomo libera anche se stesso dal ruolo di “padrone domestico”.

“Aiutando l’uomo a lottare per una società nuova, la donna conquista anche la sua libertà”.

Per aiutare la donna a liberarsi della sua sottomissione, l’uomo che lotta per un mondo migliore, deve accettare l’idea che la donna è capace quanto lui di impegnarsi responsabilmente sul piano civile, sociale e politico.

Deve accettare e promuovere la presenza della donna in ogni settore della vita pubblica, a ogni livello.

E naturalmente deve risolvere con opportuni servizi i problemi che impediscono alla donna di esercitare oggi questo diritto.

In Italia le donne sono più degli uomini.

In Parlamento esse sono rappresentate da 24 Deputate su 630 e da 5 senatori donne, su 322.

A Piadena nella Cooperativa di Consumo che interessa di più le donne in quanto casalinghe, fino all’anno scorso c’era un consiglio di 21 membri. Nessuna donna vi era rappresentata. Quest’anno 3 ne sono venute a far parte.

Le donne che votano a Piadena sono 1509 contro 1331 uomini. Esse sono quindi più del 50% della popolazione.

Nel Consiglio Comunale, formato da 20 membri (16 di maggioranza e 4 di minoranza) nessuna donna.

Noi chiediamo la rappresentanza proporzionale delle donne nei Consigli della Cooperativa e del Comune.

Non è ambizione di potere: è un nostro diritto essere considerate alla pari degli uomini, ed è nostro dovere mettere a disposizione della comune lotta di liberazione le nostre idee e la nostra capacità.

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